LA SINDROME DELLO SPETTRO AUTISTICO

Parlare di bimbi con sindrome dello spettro autistico vuol dire constatare che le loro famiglie devono essere sostenute perché i loro figli sono fragili, in quanto  la malattia inficia le abilità relazionali della persona. I soggetti con autismo possono comunque parlare e, nell’ambito di un quadro sindromico che può essere definito “ad alto funzionamento”, possono raggiungere titoli di studio come la laurea e posizioni lavorative molto qualificate.

Per questa ragione tale specifica sfaccettatura della sindrome non è facilmente diagnosticabile. Per questi bimbi gli adulti sono prolungamenti di loro stessi e da ciò deriva che si isolano nel gioco senza avere contatto oculare. L’abilità di parola è utilizzata in modo stereotipato e con riferimento sempre agli stessi argomenti. Hanno bisogno che gli adulti mostrino come si fa ad essere operativi nella quotidianità, non essendo in grado di interagire in modo simbolico, immedesimandosi in un ruolo. Infatti  i  bimbi con autismo non contestualizzano le loro azioni e come terapia  hanno diritto a “trattamenti efficaci” effettuati in un ambiente apposito. Devono essere utilizzati programmi specifici condivisi con i genitori e relativi all’apprendimento di strumenti peculiari come la comunicazione aumentativa ed alternativa per migliorare il comportamento ed in particolare la gestione della rabbia.

I percorsi riabilitativi  devono essere intensivi ed avere matrice sperimentale precoce, con una linea di azione basata sulla letteratura clinica, avendo riguardo a tutte le aree evolutive del bambino (linguaggio, gioco, alimentazione, sonno)

Questa modalità di lavoro struttura il tempo libero di bimbi che hanno bisogno di comprendere con esercitazioni ad hoc che il linguaggio, sia nella sua versione scritta sia in quella parlata, è uno strumentario espressivo che si compone di atti come richieste, denominazioni e ricezioni. Questi assunti servono a far comprendere che i bimbi con sindrome dello spettro autistico per essere “competenti“ socialmente devono, nei limiti delle loro possibilità, acquisire la capacità imitativa per compiere azioni relative alla lettura e alla scrittura. Queste sono le basi per salutare, conversare ed empatizzare con l’alterità, fattore molto utile perché esercita implicitamente il pensiero astratto.

Gli insegnanti di sostegno italiani spesso non sono adeguatamente formati per aiutare i bimbi che ne sono affetti a fronteggiare i deficit e le carenze derivanti dall’autismo.  Coadiuvarli significa  saper fare rete e collegare differenti professionalità.

Per un sociologo con disabilità, come me, sarebbe molto interessante offrire attraverso studi aggiornati un quadro dei disturbi cognitivi che possono inficiare la resa delle relazioni umane nell’infanzia; questo per provare ad inserire gli aiuti in una dimensione operativa sempre più organica.

Niccolò Ghirardi

 

 

 

 

 

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