EVOLUZIONI DEL DIRITTO DEL LAVORO IN MATERIA DI LICENZIAMENTI INDIVIDUALI

Martedì 15 Gennaio 2019 nell’ambito delle iniziative proposte dall’Università delle tre Età, presso la Biblioteca di Santena, ho assistito ad un’interessante riflessione dell’avvocato Alessandra Migliore sulle più recenti evoluzioni del Diritto del Lavoro con particolare riferimento alla disciplina dei licenziamenti individuali.

L’importanza di questo tema è radicata nel presupposto che quello al lavoro è un diritto costituzionalmente garantito. Ciò vuol dire che il suo esercizio è codificato da norme ferree che regolamentano l’instaurazione delle varie tipologie di rapporti professionali che si instaurano in Italia all’interno del settore pubblico e di quello privato. L’incontro ha avuto come oggetto specifico la normazione dei licenziamenti all’interno del settore privato che si applica alle aziende che hanno un numero di dipendenti superiore a quindici.

Per occuparsi di Diritto è importante interrogarsi preliminarmente sulla natura delle sue fonti. Quello del lavoro si basa su statuti scritti che vengono analizzati e discussi in forma orale. In Italia, come in tutti i Paesi del mondo evoluti, quando una persona fisica o un’organizzazione ritiene che un proprio diritto sia violato, può richiedere di far valutare la presunta violazione dall’entità rappresentata dal sistema giustizia: questo presuppone vari gradi di giudizio e l’azione di strutture periferiche che sono i tribunali i quali operano per mezzo delle loro sezioni tematiche. Quella di Torino, riferita al lavoro, è una delle più evolute del nostro Paese.

Quando un soggetto ritiene lesi i suoi diritti ricorre ad un avvocato, a suo parere esperto dei temi in questione, per presentare ricorso, documento che il legale elabora e presenta telematicamente. Il ricorso deve contenere l’indicazione degli eventuali testimoni che l’autorità giudiziaria  può eventualmente stabilire di convocare al fine di verificare le tesi esposte. Il Diritto presuppone che i testimoni si presentino nelle aule di giustizia asserendo il vero. Per questa ragione non è linguisticamente corretto utilizzare l’espressione ”testimone di parte”.  I testimoni relativi al primo grado sono i medesimi il cui apporto sarà chiesto in appello.

In precedenza il tentativo di conciliazione prima dell’avvio del processo giudiziario era obbligatorio. Oggi non più. Tale prassi vuole  snellire i processi dal punto di vista procedurale, anche se le cause di lavoro hanno tempi preferenziali di discussione. Questa scelta  permette inoltre di non lasciare lavoratori, i cui rapporti professionali con l’azienda si fossero bruscamente interrotti, senza stipendio o senza indennizzo in caso di accoglimento delle loro istanze.

I recessi basati su “giusta causa” si riferiscono a frangenti in cui viene meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore, ad esempio il furto in azienda. I licenziamenti incentrati sul ”giustificato motivo” si riferiscono invece  a prolungati ed ingiustificati periodi di assenza dal lavoro posti in essere dal dipendente.

Altri licenziamenti invece sono contestati dai lavoratori a cui vengono intimati, adducendo motivazioni di carattere formale (ad esempio mancato rispetto da parte dell’azienda dei termini di preavviso, o comunicazione del provvedimento disciplinare solo in forma orale).

L’esito favorevole può significare l’immediato reintegro del lavoratore all’interno della sua posizione precedente o nella quantificazione equitativa di un indennizzo corrispondente ai mesi di mancato lavoro.

La legislazione in materia subisce continui aggiornamenti e modifiche. Gli sviluppi più recenti  concernono il “Decreto Poletti”, ministro delle Politiche Attive del Lavoro nei Governi di centro-sinistra  Renzi e Gentiloni, ed il cosiddetto “Decreto Dignità” emanato dal Governo Conte che è stato plasmato all’interno dell’atipica coalizione formata dai pentastellati e dalla Lega.

Il Jobs-act in vigore stabilisce di fare nostra, in Italia, la legislazione lavoristica inglese che sancisce che la tutela del lavoratore licenziato e non reintegrato nel posto di lavoro sia proporzionale all’anzianità maturata all’interno del contesto produttivo. Il Diritto del Lavoro dovrà sempre di più portare le aziende a considerare il Contratto di lavoro a tempo indeterminato come lo strumento “ordinario” di reclutamento delle risorse umane.

Personalmente mi auguro che i momenti di confronto sui temi del lavoro siano sempre più frequenti e produttivi. Per seguire questa direzione credo che una corretta strada da percorrere sia quella di invitare al dibattito, dando rilievo ai loro contributi, in misura sempre maggiore economisti e sociologi.

Niccolò Ghirardi