VITA INDIPENDENTE

Lo scorso 16 Novembre presso la sala Antico Teatro di Torino l’associazione Liberi Di Fare ha organizzato un convegno dal titolo Vita Indipendente: Storia, prassi e scenari futuri. Ho partecipato all’iniziativa molto volentieri avendo una doppia identità, quella di attore sociale con disabilità, in quanto tale fruitore del progetto, e quella di sociologo.

Obbiettivo dei lavori era analizzare il significato dell’espressione “Vita Indipendente“  dal punto di vista propriamente terminologico, andando a scomporla per vagliare la sua dimensione storica ed esperienziale,

all’interno del quadro giuridico di riferimento. Ciò vuol dire tenere presenti i contenuti della ‘Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità’, che è  una normativa di rango europeo, e quelli che ispirano i nostri principi costituzionali. Questi ultimi in quanto tali sono il fondamento di una legislazione più specifica che declina i concetti all’interno di vari contesti applicativi, i quali fungono da teatro per ogni azione di matrice individuale.

L’assunto di base da cui gli addetti ai lavori che si occupano dei percorsi che devono rendere le persone con disabilità realmente indipendenti, devono partire è che queste ultime hanno in tali processi un ruolo attivo proprio in quanto persone. Questo concetto ha un’importanza fondamentale perché rappresenta il fulcro dell’approccio interpretativo che la politica dovrebbe avere rispetto a questi temi.

Considerare i cittadini con disabilità persone vuol dire affermare con forza che la loro realizzazione sociale avviene all’interno di un tessuto complesso, il quale a sua volta chiama in causa una variegata gamma di bisogni a cui è imprescindibile dare risposte concrete e da subito esaurienti. L’aiutare un soggetto in difficoltà nel suo processo di autonomizzazione non significa unicamente elargire fondi che consentano alla persona di stipendiare, essendone datore di lavoro, una figura qualificata con il compito di attuare una mediazione tra lui e il contesto sociale rimuovendo delle barriere di natura fisica.

Consentire alla persona con disabilità una vita davvero indipendente significa, ad esempio,  se studente universitario, permettergli di frequentare attività come quelle attinenti all’Erasmus, soggiornando all’estero per un periodo prolungato di tempo. L’esempio mi consente di affermare che essere autonomi significa ad un certo punto, quando è presente un lavoro stabile, sapersi staccare dalla famiglia di origine avendo individuato una soluzione abitativa alternativa che la persona possa considerare adatta alle sue peculiarità individuali. Ciò vuol dire valutare se vivere in una comunità con altre persone con disabilità affette da patologie simili alla propria, o semplicemente all’interno di un alloggio differente rispetto a quello della famiglia di origine. I soggetti con disabilità, attraverso i percorsi di vita indipendente, devono anche, altro esempio, potersi esprimere liberamente nell’ambito di attività sportive espressamente strutturate.

L’interezza delle considerazioni avanzate porta a ragionare sul significato profondo del contributo economico di cui la persona è beneficiaria. Esso deve essere infatti scorporato dalle prestazioni economiche che supportano la non auto sufficienza e da quelle che si riferiscono al così denominato ‘Dopo Di Noi’, espressamente istituito per agevolare i soggetti a seguito della morte dei famigliari loro più prossimi. Tutte queste riflessioni fanno  comprendere che le necessità degli individui con disabilità che richiedono la “Vita Indipendente “ devono essere formalizzate all’interno di un piano personalizzato. Questo, sia nel suo impianto strutturale sia nella sua impostazione contenutistica,  è valutato e approvato da una commissione tecnica che assume il nome di Unità Valutativa , perché si compone di professionisti afferenti alle attività più propriamente sociali (assistenti sociali ed  educatori ) e sanitarie.

Per quanto riguarda il futuro bisognerà potenziare le attività che all’interno dell’ Osservatorio dell’’Università di Torino rendono  autonome le persone con disabilità intellettiva, portandoli ad essere  consapevoli del fatto che l’adultità arriva anche per loro. Dal punto di vista più operativo emancipare una persona che ha delle compromissioni cognitive significa renderla competente nell’utilizzo dei mezzi pubblici e  del denaro. Sarà sempre più importante comunque svincolare il trattamento economico da una dimensione sperimentale. Ciò vuol dire che essa deve diventare per i soggetti con disabilità la modalità quotidiana di relazionarsi con il contesto sociale.

in conclusione, sarà sempre più importante proporsi  come obbiettivo quello di far raggiungere alle persone con disabilità cognitiva l’autonomia attraverso  gli stessi strumenti  utilizzati  nei confronti di chi ha problemi soltanto  fisico motori. A mio parere questo è un importante tema che può essere fecondo di ulteriori e approfondite valutazioni.

Niccolò Ghirardi